Da “Corriere della Sera” 10 novembre 2009
di Saul Meghnagi e Tobia Zevi – Associazione di cultura ebraica Hans Jonas

«Rispettate lo straniero, perché foste stranieri…». Così recita un importante insegnamento della tradizione ebraica. È per questa ragione che oggi ci pare opportuno recuperare il messaggio del filosofo tedesco Hans Jonas: la responsabilità sul futuro delle giovani generazioni è centrale in un paese che, nell’arco di pochi anni, vedrà modificata la sua identità sociale e culturale.
La trasformazione socio-demografica in atto in Italia non ha precedenti. Al 31 dicembre 2008 (ISTAT, Bilancio demografico nazionale 2008) la popolazione italiana presenta un incremento di 425.778 unità (0,7%). Questa crescita è dovuta quasi esclusivamente alle migrazioni dall’estero, e gli stranieri sono circa 6,5 ogni 100 individui residenti. I bambini figli di immigrati sono il 12,7% di tutti i nati vivi, rispetto al 1,7% del 1995.
I dati indicano con chiarezza l’inevitabile contrapposizione tra due bisogni diversi: la «salvaguardia dei diritti» dei cittadini a fronte di una società in evoluzione, e la «tutela dei diritti» dell’immigrato, del rifugiato, dello straniero.
Scaturiscono, così, alcuni quesiti sui fondamenti della convivenza civile: quali devono essere le «regole» democratiche valide sia per gli indigeni sia per gli stranieri? Come definire un’identità nazionale necessariamente differenziata? Come evitare che la paura comprensibile venga tradotta in un’ostilità verso il diverso?
I processi di individualizzazione dell’attuale fase storica non agevolano processi di accettazione e accoglienza. La precarizzazione del lavoro, che dà vita a una stratificazione sociale marcata, complica la situazione, mentre fenomeni di delinquenza e corruzione contribuiscono alla crescita di un clima di sfiducia. La paura della perdita del benessere faticosamente conquistato testimonia il rischio dell’esclusione sociale e la concomitanza tra l’aumento della disoccupazione e quello dell’immigrazione è una possibile scintilla di conflitti interetnici, in un paese di emigranti che è rapidamente diventato paese di immigrati.
Tutto ciò impone una definizione rigorosa della nozione di «cittadinanza» e un ragionamento sull’estensione dei diritti da attribuire anche ai non cittadini. E inoltre richiede interventi sul sistema educativo; nuove declinazioni dei principi di solidarietà verso i più deboli di qualunque provenienza o condizione; risposte ai problemi, sempre più urgenti, di natura etica.
Nella storia occidentale, la genesi faticosa degli Stati nazionali ha posto le premesse del governo democratico della società civile. In questo processo è stata fondamentale l’ampia condivisione, malgrado le diversità, della dignità dell’individuo come valore fondamentale. Ciò non è sempre avvenuto e la costruzione delle nazioni moderne ha potuto prendere, nel corso del Novecento, anche la strada del totalitarismo.
Il rischio è nuovamente presente, in forme naturalmente diverse dal passato. Esso può essere limitato da tutte quelle forme di aggregazione e organizzazione – e da come queste verranno garantite – rappresentate da partiti, sindacati, associazioni di base. E perché sia scongiurato occorre studiare il tema dell’inclusione nella cittadinanza e affrontare democraticamente il problema delle culture diverse.
La laicità dello Stato assume, dunque, una nuova pregnanza di fronte alla pluralità di fedi e sensibilità religiose o atee, e diventa un termometro di uguaglianza: i cittadini devono confrontarsi con usi e abitudini diverse, mentre il diritto deve misurarsi con una molteplicità di esigenze e compatibilità, nell’immediato e a lungo termine.
La vicenda storica della piccola minoranza ebraica italiana può contribuire al dibattito pubblico su questi temi, mostrando come – anche dopo un percorso denso di discriminazioni – le diversità possano essere elemento di ricchezza e non fonte di esclusioni e conflitti.