da Moked.it (18 maggio 2010)

Sabato mattina sono uscito dall’albergo in direzione Central Park. Ho attraversato il parco affollatissimo e sono uscito sulla Settantantesima west, in corrispondenza della Spanish-portuguese synagogue. Conosco già questo edificio, ma ci torno quando sono a New York: qui si sposarono i miei nonni, Tullia e Bruno, poco più che ventenni. Entrambi scappati dalle leggi razziste, si conobbero a Manhattan, provenienti l’una da Milano e l’altro da Roma. La sinagoga potrebbe essere definita come “modern-orthodox”, e assomiglia tutto sommato a quelle italiane. Al di là del nome, i frequentatori hanno provenienze e gradi di osservanza molto diversi, che il rabbino menziona esplicitamente nel suo discorso esaltando queste differenze. Vengono mantenuti, rispetto alla gran parte dei conservative e ai reformed, alcuni aspetti del culto tipici anche della nostra tradizione: la separazione tra donne e uomini durante la preghiera e il divieto per le prime di condurre il rito. Il numero degli ebrei americani è tale da rendere impossibile qualunque confronto con l’Italia. Da noi l’unità della Comunità è un valore, il che non può essere in un contesto così ampio. Ma oggi occorre fare uno sforzo maggiore per valorizzare l’originalità del nostro ebraismo rispetto ai due grandi centri contemporanei, Israele e Usa. La nostra tradizione rabbinica e una vicenda di fervido impegno civile sono un patrimonio importante da difendere, che non va in alcun modo contrapposto all’interesse per gli “ebrei vivi”. Trasmettendo la ricchezza della nostra storia si potranno educare nuove generazioni di ebrei, evitando che dimentichino la loro origine religiosa e anche che emigrino verso altre Comunità. Da questo punto di vista è significativo un fatto recente: il dibattito su Israele e sul Medioriente, che pareva sopito tra gli ebrei italiani, sembra essere ripreso in seguito all’appello J-call, promosso in Francia da alcuni intellettuali. Non credo che questa riflessione sia in sé né positiva né negativa per la nostra Comunità. È un male il fatto che questo dibattito non sarebbe stato possibile senza questo appello. Se gli ebrei italiani vogliono oggi discutere, e magari contrapporsi, su Israele e sulla pace, ben venga. Ma non lasciamo che siano altri a fornirci gli spunti o ad “autorizzare” opinioni che nella nostra comunità rischiano di essere un tabù.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas