da Moked.it (22 giugno 2010)
Giovedì sera, a Roma, le luci del Colosseo saranno spente per ricordare al mondo che un giovane uomo, Gilad Shalit, è prigioniero di Hamas da quattro anni. Quando il caporale israeliano fu rapito in un giorno d’estate, molti temettero che la sua sorte fosse segnata; in seguito abbiamo avuto momenti di speranza e momenti di delusione, dal momento che la sua liberazione appare legata a difficili e incerte trattative che investono Gaza, i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, i confini. A oggi nessun inviato della Croce rossa o di altre organizzazioni internazionali ha potuto visitare il prigioniero e verificare le sue condizioni, come l’umanità e il diritto internazionale imporrebbero.
La scorsa settimana in tutto il mondo si sono ripetute manifestazioni di solidarietà in occasione del compleanno di Aun San Suu Kyi, la «lady» dell’opposizione birmana agli arresti domiciliari, da venti anni simbolo dell’opposizione non-violenta a una dittatura oppressiva e sanguinaria. In molte città abbiamo assistito a manifestazioni di vario genere, tutte con il medesimo obiettivo: ricordare al mondo l’ingiustizia che continua a essere perpetrata.
Ci si chiede se questo tipo di iniziative siano veramente utili alla causa, come anche gli appelli, e alcuni tendono a ridurne la portata. Ciò che possiamo dire è che quando si ha a che fare con regimi dispotici e poco disposti a divulgare le notizie – come nel caso della Birmania o di Hamas – le vittime aspirano ad avere una eco nel mondo, per non finire in un oblio ancora più comodo per gli oppressori. E se qualcuno nutre altri dubbi sull’utilità di gesti simili, gli basterà osservare il volto di Noam Shalit, padre di un figlio barbaramente detenuto da quattro anni, per capire che anche queste iniziative servono.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas