da Moked.it (15 giugno 2010)

Scrive a un certo punto Alain Elkann nel suo appello recente: «Noi ebrei dovremmo essere orgogliosi delle nostri tradizioni, della nostra storia e della nostra posizione nel mondo». Vorrei ben dire! Semmai si pone il tema di definire quali siano gli aspetti di cui andare fieri, dal momento che anche noi ebrei ci siamo evoluti e trasformati nel tempo e nello spazio. Poco prima lo stesso Elkann si chiede: «Ma adesso che abbiamo un territorio ebraico, perché non approfittare dei piaceri di un’identità ben definita?». Questo il ragionamento: se per secoli abbiamo dovuto rinunciare a una nostra statualità, perché non approfittare oggi dell’opportunità costituita dallo Stato d’Israele?
Essenzialmente per due ragioni. La prima: la nascita dello Stato d’Israele ha cambiato radicalmente la percezione che l’ebreo ha di sé e del mondo, proprio perché tutti ci sentiamo più sicuri e orgogliosi sapendo che Israele esiste, che ci può accogliere e che molte delle cose che fa – non tutte, purtroppo! – sono apprezzate nel mondo. Dunque Israele ha dato forza agli ebrei che venivano dalla tragedia immane della Shoah. Una forza che si è sostanziata nella facoltà di scegliere: Israele esiste anche se io non ci vivo, e io gli sono legato in modo indissolubile anche se non mi ci trasferisco. Una forza nell’autonomia. Cioè il contrario di ciò che emerge dall’appello: facciamoci israeliani perché Israele è in pericolo, perché siamo tutti in pericolo. Un’opzione di debolezza e, in effetti, non autonoma.
Seconda questione: come hanno giustamente rilevato alcuni osservatori, la proposta di Elkann contribuisce a sfatare il mito della doppia fedeltà dell’ebreo, che in questo caso si «smascherebbe» da solo. Ritengo che questo risvolto sia interessante, perché spiega una condizione essenziale della modernità: l’appartenenza multiforme e multi-strato a una serie di entità e istanze non necessariamente in contrasto tra loro. Sono le famose identità plurali. Benissimo. Noi ebrei, dunque, siamo orgogliosamente italiani, per esempio, di sinistra o di destra, religiosi o laici, belli o brutti, e ovviamente vicini allo Stato d’Israele. In alcuni casi proprio israeliani, senza che questo ci faccia sentire meno italiani. Un’idea bella, talvolta faticosa, ma anche assolutamente moderna. Ma se è così, allora, come si fa a parlare di «piacere di un’identità ben definita?».

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas