Da Moked.it – 14 giugno 2011

Domenica Benedetto XVI ha accolto in Vaticano una folta delegazione di rom europei; tra loro anche una donna sopravvissuta ad Auschwitz che ha raccontato al papa la sua storia. L’incontro è stato organizzato dalla Comunità di S. Egidio, da sempre attenta a questo tema scomodo e spesso colpevolmente trascurato e strumentalizzato dalla politica. Nel corso dell’appuntamento non sono mancati canti e balli della tradizione zigana.
Ne abbiamo già scritto su queste colonne. I rom sono il vero banco di prova della civiltà di un paese, perché oggi occupano il fondo della gerarchia sociale. Se pensiamo alle recenti elezioni («zingaropoli») riscontriamo la vergognosa campagna quotidianamente portata avanti contro zingari, rom, nomadi. I rappresentanti di questo popolo invitati in Vaticano hanno espresso con chiarezza i loro obiettivi: uscita dalla marginalità, scolarizzazione, casa. É ovvio che il percorso di integrazione non è semplice né indolore, perché vi sono tra i rom sacche di illegalità diffusa. Ma occorre cominciare da un progetto, da uno scopo (civile), non da sgombri e da piani-nomadi che si risolvono nello spostamento da una periferia all’altra. I rom in Italia sono circa 120 mila, metà dei quali cittadini italiani e cristiani. Proviamo a pensare che hanno aspirazioni simili alle nostre, che vorrebbero benessere, dignità e futuro, e chiediamo ai politici di fare qualcosa, finalmente.
Solita domanda. Che c’entrano gli ebrei? In primo luogo anche i rom furono sterminati ad Auschwitz, e poi come minoranza dovremmo interessarci della qualità democratica del nostro paese. Ma c’è anche una terza ragione. Il maestro Gavriel Levi, che ho avuto la fortuna di ascoltare in un recente seminario, ha spiegato che esistono due principi ebraici che impongono di aiutare il prossimo: la zedakà (giustizia sociale) nei confronti dell’ebreo in quanto «fratello»; il sostegno al non ebreo in virtù del Kiddush ha-Shem (santificazione del nome). Secondo la tradizione ebraica, infatti, la dimostrazione empirica dell’esistenza di D. consiste nell’aver creato, a partire da un unico stampo, infiniti uomini e donne diversi uno dall’altro. Diversi ma uguali. Un bello slogan che è anche un’ambizione da coltivare.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas