da Moked.it – 24 settembre 2013

Iil concetto di “quote” è insidioso. In un mondo perfetto, infatti, non dovremmo suddividere gli esseri umani in base al genere, al colore della pelle, alla religione, ma sceglierli in funzione delle loro attitudini. Tuttavia, siccome l’ottimo è nemico del bene, il sistema delle quote viene introdotto e rappresenta un progresso: si tratti dell’“affirmative action” delle università americane, che riserva una percentuale di iscrizioni alle minoranze più svantaggiate, o alle “quote-rosa”, per inserire delle donne nei consigli di amministrazione, ci troviamo di fronte a un avanzamento di civiltà.

La parola “quota” assume dunque un’accezione positiva perché indica una misura non ideale, ma migliorativa. Con una sola eccezione. Quando si parla di stranieri. Pensiamo alla circolare firmata dall’allora ministra Maria Stella Gelmini (mai abrogata), che fissa nel limite del 30% il numero di studenti stranieri per classe. Una quota che non favorisce i destinatari del provvedimento (gli stranieri) ma il resto della comunità (gli studenti italiani). Cioè il meccanismo contrario.

Studi recenti dimostrano che gli stranieri, nella scuola italiana, si integrano troppo lentamente e vengono spesso concentrati nelle sezioni socialmente più povere, nelle quali le famiglie hanno meno strumenti per protestare. Al di là della discriminazione evidente, mi pare che i punti cruciali siano due: non è affatto detto – senza alcuna retorica umanitarista o ignoranza delle difficoltà – che i bambini stranieri peggiorino l’apprendimento: il confronto con la diversità può essere estremamente formativo, e i livelli culturali degli italiani possono essere inferiori a quelli degli stranieri; in secondo luogo dovremmo guardare con grande speranza a questi bambini: privi come siamo di immigrazione qualificata (impieghiamo gli ingegneri extracomunitari come badanti) e ricchi di emigrazione eccellente, abbiamo forse nelle seconde generazioni un’occasione di riscatto. Saranno questi bambini – c’è proprio da augurarselo! – a registrare i brevetti italiani di domani.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas, twitter @tobiazevi