da Moked.it – 6 maggio 2014

Vvenerdì sera sono andato alla Grande Sinagoga Corale di San Pietroburgo per l’entrata dello Shabbat. É difficile spiegare per quale motivo, non essendo un grande frequentatore della Sinagoga a Roma, cerchi di non mancare l’appuntamento quando sono in viaggio. Che si tratti di un desiderio di comunità o di nostalgia di casa? Difficile buttarla in sociologia, ma dalla ricerca sui giovani ebrei italiani che pubblicammo un paio di anni fa emergeva proprio questo dato: i giovani volevano vivere in città, anche all’estero, dove vi fosse una comunità, non necessariamente da frequentare con assiduità.

La Sinagoga di San Pietroburgo, architettonicamente maestosa e con una lunga storia, riflette le vicende incredibili degli ebrei nella Russia zarista, poi in Unione sovietica e infine nel nuovo mondo post-comunista. Una serie di cambiamenti a 360 gradi e tragedie che hanno attraversato la storia – ebraica e non – nel secolo breve, incrociandosi con la Shoah e con la creazione dello Stato d’Israele, e che meriterebbero un serio approfondimento da parte di chi non li ha vissuti e non li conosce.

Negli ultimi anni si è spesso polemizzato, nell’Italia ebraica, sulla parola “fratello”. Un sentimento nobile, complesso, profondo, sempre unico, centrale nella letteratura fin dai tempi di Caino e Abele, passando per Paride ed Ettore e i Karamazov. Personalmente, se devo dare una rappresentazione di questo sentimento in seno all’ebraismo, penso a questa immagine: entrare in una sinagoga dove non sei mai stato; costruita a migliaia di chilometri da casa tua e secoli fa; popolata da persone che parlano un’altra lingua e la pensano diversamente da te praticamente su tutto; animata da una liturgia che fai fatica a riconoscere; ricostruita grazie ai fondi di un famoso filantropo americano; gestita da rabbini e attivisti provenienti da Israele; e sentirti a casa.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas, twitter @tobiazevi