da Moked.it  – 10 giugno 2014

Bbowe Bergdahl fu catturato il 30 giugno 2009, in Afghanistan, in circostanze poco chiare. A distanza di cinque anni, poco prima che le truppe americane completino il ritiro dal paese, Barack Obama ha trattato con i talebani, che hanno liberato l’ostaggio in cambio della scarcerazione di cinque pericolosi terroristi detenuti a Guantanamo. Pare che la mediazione decisiva sia stata quella del Qatar. Sono passati pochi giorni da questi fatti e negli USA la polemica non accenna a placarsi. I repubblicani attaccano Obama per aver ceduto al ricatto dei terroristi – e lo accusano di essere troppo arrendevole nella gestione dei rapporti col mondo arabo-musulmano -; le famiglie dei reduci e delle vittime di aver favorito un soldato a scapito degli altri; vari opinionisti accampano dubbi sul comportamento del soldato Bergdahl al momento del rapimento. Per quanto concerne Obama, rimango convinto della mia idea: al momento della sua prima elezione, egli aveva idee valide riguardo al mondo arabo-musulmano, al ruolo dell’America, ai nuovi rapporti di forza ed equilibri geopolitici. Come in economia, però, Obama è stato un presidente sfortunato: si è trovato al posto giusto nel momento sbagliato.

Più in generale, questa vicenda ripropone l’annosa questione etico-politica della trattativa con i terroristi. È lecita oppure no? Israele ritiene di sì, e ha più volte liberato centinaia di ostaggi per riavere un proprio soldato rapito o addirittura le salme di alcuni caduti in battaglia; gli USA si sentono vincolati al “nessuno deve essere lasciato indietro”, e in questa ottica va letta l’operazione Bergdahl. In Italia, ai tempi delle Brigate Rosse, prevalse invece la linea della fermezza, Aldo Moro fu lasciato morire per non trattare con i terroristi, salvo poi comportarsi diversamente negli anni seguenti. Si può obiettare che in quel caso si trattava di terrorismo interno, e che Moro in quel momento non rappresentava le istituzioni democratiche perché non aveva cariche, ma non penso che siano eccezioni decisive. Rimane il dilemma di fondo. Si possono legittimare i nemici dello Stato democratico al solo scopo di salvare vite umane, correndo anche il rischio che quella trattativa possa produrre indirettamente altre vittime innocenti? Personalmente credo di sì, e ammiro quanti, come gli israeliani, scelgono di non derogare a questo principio neanche di fronte ad assassini efferati. Ma comprendo le proteste e i dubbi, e non invidio chi deve assumere simili decisioni.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi