da Moked.it – 22 luglio 2014

Pper chi conosce Parigi, l’assalto di manifestanti “filo-palestinesi” a rue des Rosiers è una ferita lacerante. Le saracinesche abbassate precipitosamente, la fuga fuori dal quartiere, le camionette della polizia accorse in difesa degli ebrei nei cuore del Marais compongono una scena francamente impressionante. Ogni ebreo che è stato a Parigi ha amato quelle strade, visitate ogni giorno da migliaia di turisti incuriositi dal mix multiculturale, gastronomico, geografico. Ma quelli di ieri non sono i primi attacchi alle sinagoghe e alle istituzioni ebraiche nella capitale francese.

Difficile minimizzare. Non solo perché l’antisemitismo germogliato in Francia – pensiamo al caso Dreyfus – si è spesso rafforzato altrove, ma anche perché in queste aggressioni si saldano due elementi: la recrudescenza identitaria e violenta di una parte della seconda generazione di immigrati e la tentazione di sottovalutare il fenomeno. Come osate parlare degli attacchi alle sinagoghe mentre a Gaza muoiono centinaia di persone?
Evidentemente colpisce il fatto che alcuni giovani di seconda generazione non distinguano tra Israele e gli ebrei, che si sentano autorizzati a farsi “giustizia” da sé, che usino il conflitto mediorientale per sfogare altre frustrazioni e rivendicazioni e che tutto ciò accada in un paese moderno e democratico. La istituzioni francesi hanno reagito con fermezza, ma è chiaro che la repressione non basta. Tanto più dopo le tragedie di Tolosa e Bruxelles.

Non possiamo lasciarci vincere dal pessimismo e dalla sfiducia. Con che coraggio chiediamo a israeliani e palestinesi di fare la pace – che costerebbe loro uno straordinario sforzo psicologico, mentale, esistenziale – se non riusciamo a superare le nostre paure e a essere propositivi? È oggi il momento di rilanciare il dialogo, scegliendo accuratamente tra gli interlocutori quelli con cui si può parlare. Ebrei, musulmani e cristiani. Sapendo che non sarà affatto facile. Che non saremo d’accordo su tutto. Che soprattutto sul Medioriente la vediamo diversamente. Ma che essersi parlati è di per sé un fatto molto importante.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi