da Moked.it – 1 settembre 2015

Quante volte abbiamo ripetuto di voler “vivere alla giornata”? Coi partner in amore che reclamavano maggiore impegno, coi colleghi che ci chiedevano un programma dettagliato, coi genitori che ci esortavano alla responsabilità e alla lungimiranza. Ci siamo trincerati nel day by day per pigrizia o per paura, oppure solo per goderci quella leggerezza così rara che rende la vita bella e sostenibile.
​Fatto sta che la lingua ebraica non ce lo consente. Tanto nella sua versione biblica che in quella moderna, programmata, “artificiale” di Eliezer Ben Yehuda. In ebraico, infatti, il verbo “essere” non esiste al presente. C’è il “fu” e non manca il “sarà”, ma l’“è” non è pervenuto. Come è mai possibile?
​Mi sovvengono due interpretazioni, tenuto conto che la lingua “santa”, anche per il valore che la tradizione attribuisce al Verbo, non può essere casuale.
La prima, più indulgente, è che l’esistenza è tutta movimento, mutamento, divenire. Noi siamo il prodotto di ciò che fummo e di ciò che saremo, ma senza poterci fermare. La catena è incessante e inarrestabile, l’inerzia stessa nella vita si fa dinamica. Non fare significa comunque fare. Non muoversi vuol dire far muovere qualcosa altro.
​La seconda, più severa, è l’antitesi del “vivere alla giornata”: se non ricordiamo da dove siamo partiti per programmare e riprogrammare continuamente il futuro, se ci fermiamo in sospensione, semplicemente cessiamo di esistere. Non a caso a Rosh HaShanah, il capodanno ebraico, ripartiamo dalla creazione del mondo per programmare virtuosamente l’anno che inizia. La massima contrazione all’indietro è necessaria per la proiezione più avanzata. Non ha senso fermarsi a festeggiare il momento del passaggio.
​Infine, in ebraico non esiste neanche il verbo “avere”. Né passato, né presente e né futuro. Di questo parleremo prossimamente.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

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