da Moked.it – 1 marzo 2016

Dichiaro subito la mia opinione: sono soddisfatto della nuova legge sulle unioni civili. Come ho spiegato più volte – anche su queste colonne – non è certamente il testo che avrei voluto, per non parlare di quello migliore in assoluto (ma poi, esiste davvero?). Comunque l’Italia ha finalmente una normativa che ci avvicina alle democrazie occidentali, riprende il lungo e graduale percorso dei diritti, attribuisce una dignità a persone, coppie, famiglie.
Ciò detto, c’è un punto che non mi va giù. La questione della fedeltà. Intendiamoci: parliamo di teoria e non di pratica, giacché se ci basassimo sulla seconda dovremmo procedere rapidamente all’abolizione della fedeltà dai matrimoni nonché dalle dichiarazioni d’amore tra innamorati e anche dai biglietti nei cioccolatini. Se però ragioniamo in punta di diritto, affermare il principio di fedeltà significa assumere un impegno vincolante con le sanzioni che ne derivano in caso di violazione.
Se dunque un coniuge tradisce, rischia di dover pagare l’“addebito” in sede giudiziale (sempre più raro). In altre parole, la fedeltà è un obbligo che si sceglie e che ha delle conseguenze non solo ideali ma anche patrimoniali. E dunque, chi ha diritto di sindacare se io voglio prendere su di me questo vincolo? O se a volerlo fare sono una coppia di gay, o di etero? Mi pare veramente un’indecenza che si azzardi a farlo un Giovanardi qualunque, dall’alto di chissà quale morale eterosessuale. Ecco, in tutta la storia delle unioni civili – un primo passo – c’è questo dettaglio che non sopporto, perché non ha nulla a che vedere con la tradizione, religione, cultura o anche con problemi spinosi quali le adozioni dei bambini.
Infine, penso che abbia fatto bene a intervenire Rav Giuseppe Momigliano, capo dei rabbini italiani. Ho sempre sostenuto l’importanza per gli ebrei di partecipare al dibattito pubblico sulle grandi questioni socio-culturali, non cambio idea in base ai miei convincimenti personali.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

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