da Moked.it – 12 gennaio 2016

Ho rivisto recentemente lo spettacolo di Roberto Benigni sui Dieci comandamenti. Un pezzo di bravura che a suo tempo fu accolto con benevolenza dai rabbini e dai rappresentanti dell’ebraismo italiano. Dopo aver spiegato il decalogo, in conclusione dello show, Benigni fa la seguente affermazione: “Tutti i comandamenti sono riassunti in uno. Ama il prossimo tuo come te stesso”. Su questo precetto dell’amore, tutti accampano una primogenitura. Dai miei ricordi scolastici, mi pare che il primo ad averla esposta in tutta la sua radicalità fu Hillel il Vecchio, un grande Maestro della tradizione ebraica. Egli usò questa formula per sottrarsi alla richiesta provocatoria: “Spiegami l’ebraismo stando in piedi su una gamba sola”. Ma il mio ricordo potrebbe essere fallace.
In ogni caso, Benigni mi ha fatto riflettere su un punto: nel ragionare su una norma così impervia e rivoluzionaria, tendiamo a concentrarci sulla prima parte della frase. L’amore per il prossimo. Ma c’è anche il secondo segmento, introdotto dal “come” (congiunzione che può avere anche un’accezione esortativa). Si può amare il nostro prossimo solo se impariamo ad amare noi stessi, nel modo più profondo e maturo possibile. Non possiamo essere generosi con chi ci sta accanto e non nei nostri confronti; non possiamo neanche comprendere il senso di questa norma se non ci vogliamo bene. Il che non significa arricchirsi o disporre di più oggetti, tanto per capirci. Significa, come affermò una volta un signore saggio, avere un tozzo di pane, alcune persone care e la coscienza pulita.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

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