Da Moked.it – 12 aprile 2016

La crescita della consapevolezza. Ovvero, l’educazione sentimentale di un vegetariano non sempre praticante: nel marzo 2010 chiesi a Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, nel corso di un incontro pubblico, cosa pensasse del dibattito sulla macellazione ebraica. Mi rispose – con la severità che a volte mi riserva – che chi poneva questa domanda non poteva assumere posizioni di leadership in ambito ebraico. Siccome però sono testardo, un anno dopo pubblicai su queste colonne il primo di una lunga serie di interventi sul tema. Lo spunto colse evidentemente nel segno, perché pochi mesi dopo riuscimmo addirittura a organizzare un convegno dal titolo “Gli animali e la sofferenza. La questione della shechità”, promosso dal Collegio rabbinico italiano, dalla Rassegna mensile di Israel e dall’Associazione Hans Jonas.
Gli atti di quel convegno – ampliati con altri scritti – furono poi raccolti in un apposito volume della Rassegna (2012), curata da Laura Mincer e dal sottoscritto, che reca lo stesso titolo e che è stata presentata a Firenze, Napoli, Roma. Recentemente, mi hanno invitato ancora a parlarne a Milano. Per me assume un significato particolare la presenza tra i contributori di Rav Di Segni, a dimostrazione che un confronto su questa materia era possibile abbandonando pregiudizi da una parte o dall’altra.

A distanza di sei anni, dunque, da quel primo tentativo, mi pare di poter affermare che l’argomento è diventato di assoluta attualità. Sebbene posto spesso in modo assurdo – carnivori contro vegetariani! – il dibattito è sempre più ineludibile: chi si professa convinto carnivoro, del tutto privo sensi di colpa, rischia di apparire una caricatura di fronte alle trasmissioni televisive che ormai quotidianamente proiettano immagini terribili dai macelli, dagli allevamenti e dalle stazioni di trasporto. Intendiamoci, non fanno bella figura neanche gli animalisti o i vegani fondamentalisti, quelli che aggrediscono chi non la pensa allo stesso modo e non possono fare a meno di paragonare l’orrore degli allevamenti intensivi (come se non bastasse!) ai lager nazisti.
In ogni caso, il tema è esploso, nonostante i tentativi dell’industria alimentare di rimuoverlo o di travestirlo con campagne pubblicitarie delicate quanto false. Ed è davvero notevole che questa esplosione non abbia avuto bisogno di un fatto di cronaca – chessò? Un camion di animali morti precipitati per caso nel mezzo di un’autostrada – ma sia avvenuta per inerzia, semplicemente perché il dibattito è ormai maturo e il lavoro di diffusione delle associazioni animaliste ormai strutturato. Da vegetariano convinto e talvolta peccatore, ormai dal 2008, mi sono ormai abituato all’idea che l’evoluzione verso la civiltà – non tutti vegetariani, ma un consumo sostenibile e responsabile di animali! – non sarà sostenuta dalle regioni sacrosante del benessere (malessere) di altri esseri viventi, né da quelle ambientali; e persino le conseguenze nocive per la nostra salute della carne e del pesce che mangiamo saranno marginali rispetto alla vera chiave di volta: il consumo di animali (almeno quello di matrice industriale) diminuirà per via del senso comune, perché sarà sempre più socialmente inaccettabile cibarsi di un alimento malsano, incivile e inquinante. Il che – alla lunga – potrebbe rivelarsi positivo anche per l’industria alimentare.
In questo contesto noi ebrei italiani possiamo giocarci una parte della sfida. Grazie a un dibattito che abbiamo già intavolato e all’innovazione prodotta dal marchio casher “K.it”, possiamo metterci alla testa di un processo che fa della sicurezza alimentare, dell’etica e della sostenibilità ambientale i cardini del proprio futuro.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi