Da Moked.it – 14 giugno 2016

Abbiamo notato, con rammarico, che il dolore tributato alle vittime del terrorismo non abbia sempre la stessa intensità. Che quel meccanismo di identificazione fittizia che portò il mondo a coniare lo slogan globale “Je suis Charlie” – pare incredibile, ma è solo un anno fa, e nel frattempo quanto sangue! – non scatti se a essere assassinati sono gli ebrei nel Museo ebraico di Bruxelles o nell’ipermercato alle porte di Parigi.
Personalmente, non mi ritrovo in quello slogan. C’è qualcosa di offensivo nel farsi vittima di una strage che non si è subita. Penso a chi piange un parente ammazzato, e ci vuole un bel coraggio a dichiarare un cordoglio analogo dal divano di casa propria. Ma capisco l’intento solidale e l’afflato positivo. Politicamente, ho le stesse perplessità sull’atteggiamento di chi si “fa” povero, escluso, oppresso senza esserlo (celebre a questo proposito un discorso memorabile di Fausto Bertinotti): non c’è bisogno di condividere il destino dell’Altro per battersi in favore dei suoi diritti. Anzi. Si combatte per i suoi diritti non per affetto, o condivisione, ma per giustizia. E c’è una bella differenza.
Tutta questa lunga premessa per constatare che – identificazione o no – nessuno, all’indomani della strage di Orlando, ha esibito lo slogan “Io sono gay”. E ciò sembra sintomo eloquente di un pregiudizio radicato anche dentro noi stessi e i nostri cari.
Peraltro, nei giorni scorsi è stata pubblicata una ricerca sul pregiudizio online condotta da Vox – Osservatorio italiano sui diritti, in collaborazione con le università statali di Milano, Bari e Sapienza di Roma. Su 2,6 milioni di tweet, rilevati tra agosto 2015 e febbraio 2016, considerando 76 termini sensibili riferiti a sei categorie di persone (donne, omosessuali, immigrati, diversamente abili, ebrei e musulmani), 412.716 avevano un contenuto “negativo”. Tra questi ultimi, il 63% conteneva termini a dir poco “offensivi” verso le donne, il 10% verso i migranti, il 10,8% verso gli omosessuali, seguiti da quelli verso gli islamici (6,6%), le persone con disabilità (6,4%) e gli ebrei (2,2%). Le più colpite – e di gran lunga – sono le donne. Nel 2016.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi