Da Moked.it – 16 maggio 2017

La ministra Roberta Pinotti ha avanzato la proposta di rendere obbligatorio il servizio civile per tutti i giovani italiani, una sorta di leva non militare. Quelli della mia generazione guardano circospetti: devolvere un segmento della propria vita allo Stato, per di più nell’epoca del precariato e del lavoro poco o nulla retribuito! Si tratta però di una reazione sbagliata.
Oggi il servizio civile nazionale impegna per dieci mesi alcune decine di migliaia di giovani vincitori di un bando – si punta ad alzarne il numero fino a cento mila unità – in lavori socialmente utili, con la possibilità di trascorrere massimo tre mesi all’estero. Il compenso è di 433 euro netti al mese. Un’opportunità molto apprezzata da tante ragazze e ragazzi che faticano a trovare lavoro, e fondamentale per mantenere attivi alcuni servizi per la collettività.
Se il servizio civile diventasse obbligatorio, la paga verrebbe ridotta o addirittura eliminata, e i giovani dovrebbero spendere dieci mesi della propria vita a curare gli anziani, confrontarsi con coetanei disagiati, incontrare bambini malati, integrare migranti e tante altre attività meritorie. Che conseguenze ne trarrebbero? A mio modo di vedere, soprattutto una grande esperienza e conoscenza del mondo.
Alcune settimane fa, destò grande scalpore una frase, certamente infelice, del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti: è più utile organizzare una partita a calcetto che inviare un curriculum. Il consiglio suonò offensivo alle orecchie dei milioni di giovani italiani che si sono sacrificati per studiare – o, più spesso, che hanno goduto dei sacrifici dei genitori –, e oggi disoccupati. Ma c’è del vero: nell’epoca informe in cui viviamo, le strade per affermarsi non sono quelle convenzionali, e molto conta la capacità di rendersi autonomi, attivi, intraprendenti.
Nella tradizione ebraica il complesso di azioni legate al benessere del prossimo si definisce “Ghemiluth Hasadim”, e, secondo i Maestri, è uno dei tre pilastri su cui poggia il mondo. Le comunità sono tutto sommato un buon esempio, poiché le cariche interne sono gratuite e volontarie. In ogni caso, uno sviluppo così enorme del servizio civile rappresenterebbe un’opportunità per il mondo ebraico italiano: coinvolgere i giovani delle comunità, farli collaborare con coetanei non ebrei, attrezzare servizi oggi insostenibili per il futuro delle nostre istituzioni e dei nostri destini.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi